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il mio romanzo

Una vita e mezza
Una Vita e Mezza è un libro che parla soprattutto dell’assenza. O meglio della ricerca, tanto demotivata quanto inconsapevole, di come si può costruire una ciambella salvagente intorno a quel buco che ti si crea dentro quando perdi una persona. Cosicché quel buco, che risucchiava tutto il presente privandolo di senso, possa trasformarsi nel nostro galleggiante. E addirittura salvarci, traghettandoci verso il futuro.
È la storia di un viaggio, metaforico quanto reale, di un ragazzo che è stufo del suo galleggiare, ma che non sa dare una scossa alla propria esistenza. Così parte fidandosi e affidandosi al suo amico, sperando che qualcosa di imprevisto lo colga per assaporare un po’ di brivido della vita.
Riuscirà a trasformare il suo futuro innamorandosene anziché rimanendone schiacciato e afflitto?
Se c’è un’intenzione mirata in tutto ciò, è la creazione del neologismo che indica il dolore per il futuro mancante, la mellontalgia. In contrapposizione con la nostalgia, che indica l’afflizione per il ritorno a casa (nostos), per il passato, per l’infanzia, questa è l’afflizione per to mellon cioè l’avvenire o le cose future, in greco antico. Vuole indicare un dolore attribuito al futuro negato e non vissuto. A ciò che poteva essere e invece non sarà mai. Chissà se se ne sentiva la mancanza.

'A çimma



Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare

ti guarderai allo specchio di un tegamino
metterai la scopa dritta in un angolo

che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare cos’altro dare al cielo

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera

non ritornare dura
e nel nome di Maria

tutti i diavoli da questa pentola
andate via

Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via

3 commenti:

pea ha detto...

premesso che non sono genovese, quel "fantin" lo tradurrei, più che con "scapolo", con "ragazzino", nel senso del più piccolo di età a cui spetta il primo boccone. Del resto, DeAndrè usa un dialetto un po particolare, un po' imborghesito, diciamo. è un dettaglio che, se fosse confermato (ma ripeto, non sono genovese), darebbe un pizzico di dolcezza ulteriore alla canzone, anche se non incide sul senso generale del testo

pea ha detto...

inoltre il ritornello è una filastrocca, una sorta di preghiera un po' scaramantica, un rito misto sacro e profano, che i bambini recitavano prima di mettersi a tavola, in modo da scacciare i diavoli (microbi o agenti patogeni in generale) dal cibo che stavano per mangiare.

Roberto M ha detto...

Veramente era per scacciare i diavoli dalle pentola era inteso come protezione alla cima per nn farla scoppiare durante la cottura visto che la carne allora costava..e da buon genovese..