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il mio romanzo

Una vita e mezza
Una Vita e Mezza è un libro che parla soprattutto dell’assenza. O meglio della ricerca, tanto demotivata quanto inconsapevole, di come si può costruire una ciambella salvagente intorno a quel buco che ti si crea dentro quando perdi una persona. Cosicché quel buco, che risucchiava tutto il presente privandolo di senso, possa trasformarsi nel nostro galleggiante. E addirittura salvarci, traghettandoci verso il futuro.
È la storia di un viaggio, metaforico quanto reale, di un ragazzo che è stufo del suo galleggiare, ma che non sa dare una scossa alla propria esistenza. Così parte fidandosi e affidandosi al suo amico, sperando che qualcosa di imprevisto lo colga per assaporare un po’ di brivido della vita.
Riuscirà a trasformare il suo futuro innamorandosene anziché rimanendone schiacciato e afflitto?
Se c’è un’intenzione mirata in tutto ciò, è la creazione del neologismo che indica il dolore per il futuro mancante, la mellontalgia. In contrapposizione con la nostalgia, che indica l’afflizione per il ritorno a casa (nostos), per il passato, per l’infanzia, questa è l’afflizione per to mellon cioè l’avvenire o le cose future, in greco antico. Vuole indicare un dolore attribuito al futuro negato e non vissuto. A ciò che poteva essere e invece non sarà mai. Chissà se se ne sentiva la mancanza.

De André sovversivo?


Negli anni in cui Fabrizio De André era controllato dalla polizia come "estremista di sinistra", lavorava a stretto contatto con il musicista Nicola Piovani, premio Oscar per "La vita è bella". Una collaborazione, quella tra De André e Piovani, che ha dato frutti straordinari agli inizi degli anni Settanta, soprattutto due album, "Non al denaro, non all' amore né al cielo" del 1971 e "Storia di un impiegato" del 1973, due grandi capolavori della musica italiana, con i testi di De André e Giuseppe Bentivoglio e le musiche Piovani. Il compositore è un buon testimone, allora, della "pericolosità" politica di De André, soprattutto per "Storia di un impiegato" che, già nel 1973, metteva in ridicolo le prime manifestazioni del terrorismo di sinistra. Piovani, lei e De André lavoravate, scrivevate musiche, testi, canzoni e la polizia intanto vi controllava. Ve ne rendevate conto? E De André era davvero, secondo lei, un "estremista di sinistra"? «Ma mi faccia il piacere! Leggere quei resoconti degli spioni di stato di allora mi fa un effetto farsesco. Immaginare Fabrizio come ipotetico sovversivo sarebbe come pensare Bobby Solo agente del Kgb. Viene da chiedersi in che mani erano messi i servizi di sicurezza. Anche se, leggendo quei rapporti, mi domando: ma si prendevano sul serio? Credevano a quello che scrivevano' ? Speriamo di no...». "Storia di un impiegato", letto con gli occhi di oggi, è un disco particolarmente "impegnato"... «L' unico impegno che ci davamo e che seguivamo con convinzione era quello di lavorare con convinzione, raccontare quella storia con parole e musiche che ci convincessero... un impegno di lealtà stilistica. Le opere che riescono bene, alla distanza, risultano sempre ben impegnate...». Musica e parole. Un rapporto complesso, difficile, affascinante, soprattutto se le parole erano quelle di De Andrè? «Naturalmente sì: ma il lavoro era facile con un poeta che aveva il senso musicale della parola: i suoi versi e la sua voce erano lì pronti a diventare musica: e poi lui aveva l' arte di ricomporre i versi in ragione della metrica musicale. Un incanto e una soddisfazione insieme». Cosa resta, secondo lei, nella musica italiana del contributo di Fabrizio De André? «Una serie di album, uno più bello dell' altro, con dentro tante canzoni, una più bella dell' altra. E una lezione: una lezione di coerenza e di rigore, il rigore di chi non si metteva al servizio delle leggi di mercato. Scriveva per "necessità espressiva intima" come direbbe Cecov».

ERNESTO ASSANTE

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