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il mio romanzo

Una vita e mezza
Una Vita e Mezza è un libro che parla soprattutto dell’assenza. O meglio della ricerca, tanto demotivata quanto inconsapevole, di come si può costruire una ciambella salvagente intorno a quel buco che ti si crea dentro quando perdi una persona. Cosicché quel buco, che risucchiava tutto il presente privandolo di senso, possa trasformarsi nel nostro galleggiante. E addirittura salvarci, traghettandoci verso il futuro.
È la storia di un viaggio, metaforico quanto reale, di un ragazzo che è stufo del suo galleggiare, ma che non sa dare una scossa alla propria esistenza. Così parte fidandosi e affidandosi al suo amico, sperando che qualcosa di imprevisto lo colga per assaporare un po’ di brivido della vita.
Riuscirà a trasformare il suo futuro innamorandosene anziché rimanendone schiacciato e afflitto?
Se c’è un’intenzione mirata in tutto ciò, è la creazione del neologismo che indica il dolore per il futuro mancante, la mellontalgia. In contrapposizione con la nostalgia, che indica l’afflizione per il ritorno a casa (nostos), per il passato, per l’infanzia, questa è l’afflizione per to mellon cioè l’avvenire o le cose future, in greco antico. Vuole indicare un dolore attribuito al futuro negato e non vissuto. A ciò che poteva essere e invece non sarà mai. Chissà se se ne sentiva la mancanza.

Quattro mani per nove ballate


Sul muro di fronte alla casa milanese di Fabrizio De André un bel manifesto a colori, sicuramente affisso ai primi di maggio, annuncia ai passanti distratti l'uscita del nuovo album di Ivano Fossati, Macramè: e forte è il sospetto che quel poster non sia stato collocato lì a caso. Forse vuol ricordare che i due cantautori hanno lavorato gomito a gomito alla stesura di quasi tutte le canzoni dell'ultimo ellepì di Fabrizio, in uscita il 18 settembre, a sei anni esatti di distanza da Le nuvole. Il nuovo album s'intitola Anime salve e contiene nove canzoni per un totale di 46 minuti abbondanti. I testi sono redatti con il cipiglio consueto, noto fin dai tempi lontani della Ballata di un impiegato [?], e le musiche continuano a svolazzare sopra quella terra di nessuno che sta fra Genova e Parigi, il Mediterraneo e il lago Balaton: come accadeva anche a Creuza de mä, l'album della svolta etnica.

Il primo brano si chiama Prinçesa, una canzone in forma di ballata che racconta la sconvolgente vita di un transessuale brasiliano. Una storia vera liberamente tratta dal romanzo-intervista raccolto nel carcere di Rebibbia dal brigatista Maurizio Jannelli dalla voce di Fernanda Farias, la "Prinçesa" della canzone (edizioni Sensibili alle Foglie). Il pezzo ricorda una storica ballata del primo De André, come Bocca di rosa. Allora la protagonista era una puttana. Adesso un travestito. I tempi sono cambiati. L'ultima canzone ha un titolo alquanto ineffabile, Smisurata preghiera, e versi in splendida sintonia: "Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco". E anche per questo il regista Sergio Cabrera l'ha voluta inserire nel suo film Ilona arriva con la pioggia, appena proiettato a Venezia. Però in lingua spagnola, Desmedida plegaria: dal momento che sia il film che la canzone trovano il loro terreno di coltura nelle opere di Alvaro Mutis, il grande scrittore colombiano.

"Partiamo proprio da Mutis. Come è arrivato a conoscerlo?".

"Per una di quelle gradevoli coincidenze che il destino, ogni tanto, si diverte a mettere in scena. Nel 1991 il mio amico Vittorio Bo mi regalò un romanzo, La nave dell'ammiraglio, che trovai semplicemente straordinario. Allora cominciai a divorare tutti gli altri suoi scritti, e quando arrivai alla raccolta di poesie Summa di Maqroll-il gabbiere presi il coraggio a quattro mani: gli domandai se avesse nulla in contrario a che mi appropriassi di qualche pezzo pregiato della sua sterminata gioielleria, per incastonarlo in una canzone che avevo in mente. In questo modo è nata Smisurata preghiera, e devo confessare che mai parto fu tanto soddisfacente".

"Anche l'incontro con Cabrera può essere ricondotto a una 'semplice danza del destino', come direbbe Bob Dylan?".

"Naturalmente. Lui stava già lavorando a Ilona arriva con la pioggia, quando, un bel giorno, gli capita sotto gli occhi la notiziola riportata da un quotidiano: dalla quale apprende che abbiamo in comune la medesima ispirazione letteraria. Ci troviamo, chiacchieriamo un bel po', e alla fine mi chiede se può utilizzare la canzone che sto scrivendo per i titoli di coda del suo film. Gli dico di sì, ci mancherebbe altro. E così comincia anche il secondo atto della danza".

"Il terzo dovrebbe riguardare il suo incontro con Ivano Fossati...".

"Infatti. Ci conosciamo da vent'anni, ci annusavamo già da tempo. Forse perché amiamo gli stessi autori, per esempio Gesualdo Bufalino, o forse perché siamo due solitari: anzi, creature della notte: ed è veramente piacevole collaborare con chi, come me, fatica a svegliarsi prima delle due del pomeriggio. A questo, ovviamente, occorre aggiungere la mia stima incondizionata nei suoi confronti. Ivano possiede una capacità stupefacente di cucire fra loro musica e parole. Di fare musica cantata, insomma...".

"Non c'è dubbio. Ma i giornali hanno anche parlato di notevoli screzi fra di voi. Di un feeling non sempre armonioso".

"Niente di più falso. L'avranno scritto perché, forse, hanno male interpretato le nostre discussioni di carattere musicale: non è un mistero per nessuno che Ivano ami soprattutto il jazz, mentre io prediligo la classica. Ma litigare con lui è assolutamente impossibile. Dirò di più: questo è l'unico punto su cui, entrambi, siamo in totale disaccordo con quel che afferma Bufalino: 'Non si può diventare amici se non si è coetanei'. Non è così. Io ho una decina d'anni più di lui, ma riusciamo ugualmente a stimarci e apprezzarci. Lui sopporta di buon grado le mie geremiadi sui disastri della prostatite, e io tutte le sue disquisizioni a proposito di nuovi amori e nuovi viaggi. A un'amicizia disinteressata, non si può davvero chiedere molto di più".

"Questo, insomma, è lo zoccolo duro sui cui avete edificato l'album senza nome...".

"Sì. È stato un gioco di botta e risposta. Ivano al pianoforte e io alla chitarra. Certo, in alcune canzoni si sente la mia prevalenza, in altre la sua. Ma, nel complesso, il lavoro è stato pensato, architettato e realizzato a quattro mani. Senza alcun ammiccamento, al contrario di quanto era avvenuto in passato".

"A che cosa si riferisce, in particolare?".

"A un paio di episodi del mio album precedente, Le nuvole. Lì, senza magari esserne del tutto cosciente, qualche piccola astuzia me l'ero concessa. Per esempio la poesiola iniziale, che è piaciuta tanto ai bambini: e che mi ha permesso di vendere più di mezzo milione di copie del disco, una quantità per me straordinaria. O la stessa Don Raffa', che tutti hanno immediatamente interpretato, con piena ragione, come una canzone essenzialmente politica. In questo disco, invece, la politica è sempre presente, ma molto metaforizzata. Sta rigorosamente dietro le quinte, insomma, e cede il ruolo di protagonista ad altri attori ben più dignitosi. Come è giusto che sia".

"In parole povere, il destino ritorna di nuovo in scena...".

"Certo. E devo dire che non trovo alcuna contraddizione di rilievo tra questo senso dell'immanenza e i postulati fondamentali della mia fede anarchica. Se, come diceva quel tale, la vita è una lunga fuga dalla nascita, più che una corsa verso la morte, allora tanto vale trasformare questa angoscia perenne in un sentimento positivo: per sé e per gli altri. Detto in termini brutali, la merda è sempre merda. Ma se la smettiamo di tirarcela in faccia, e cominciamo invece a utilizzarla per coltivare fiori, allora diventa infinitamente più utile. Addirittura gradevole".

"Mi par di capire che, in questi ultimi anni, il destino le ha riservato altre sorprese...".

"Certo. La prima, assolutamente positiva, riguarda il libro che sto scrivendo a quattro mani con Alessandro Gennari, l'autore di Le ragioni del sangue. Si tratta di un romanzo apparentemente leggero, che parla di tre balordi - un sardo, un genovese e un mantovano - che tentano un colpo che poi andrà a finire male. Un romanzo nato per caso, diciamo così: in seguito a un'amicizia vecchia di vent'anni - avevo conosciuto Gennari a Mantova, nel 1975, perché la sua faccia era identica a quella di mio figlio Cristiano - e ravvivatasi negli ultimi mesi. Dopo la sua vittoria al Premio Bagutta nella sezione Opera prima".

"E la sorpresa negativa?".

"Quella riguarda il fatto che, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di darmi delle scadenze. Vede, il mio contratto con la Bmg-Ricordi prevede altri due dischi, oltre a questo in uscita: e in un momento di grande entusiasmo ho accettato di pubblicare il primo nel 2000 e il secondo nel 2003. Non so se ho fatto bene, visto che i tempi mi sono sempre andati un po' di traverso. Ma, d'altra parte, ormai è troppo tardi per piangere sul latte versato. Qualcosa accadrà".

A.Podestà - L'Espresso 19/11/1996

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