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il mio romanzo

Una vita e mezza
Una Vita e Mezza è un libro che parla soprattutto dell’assenza. O meglio della ricerca, tanto demotivata quanto inconsapevole, di come si può costruire una ciambella salvagente intorno a quel buco che ti si crea dentro quando perdi una persona. Cosicché quel buco, che risucchiava tutto il presente privandolo di senso, possa trasformarsi nel nostro galleggiante. E addirittura salvarci, traghettandoci verso il futuro.
È la storia di un viaggio, metaforico quanto reale, di un ragazzo che è stufo del suo galleggiare, ma che non sa dare una scossa alla propria esistenza. Così parte fidandosi e affidandosi al suo amico, sperando che qualcosa di imprevisto lo colga per assaporare un po’ di brivido della vita.
Riuscirà a trasformare il suo futuro innamorandosene anziché rimanendone schiacciato e afflitto?
Se c’è un’intenzione mirata in tutto ciò, è la creazione del neologismo che indica il dolore per il futuro mancante, la mellontalgia. In contrapposizione con la nostalgia, che indica l’afflizione per il ritorno a casa (nostos), per il passato, per l’infanzia, questa è l’afflizione per to mellon cioè l’avvenire o le cose future, in greco antico. Vuole indicare un dolore attribuito al futuro negato e non vissuto. A ciò che poteva essere e invece non sarà mai. Chissà se se ne sentiva la mancanza.

Quella volta ho copiato Prevert


Spunta "Spiaggia d'autunno", inedito del popolare cantautore sabato premiato per i testi da Fernanda Pivano dal nostro inviato MARIO LUZZATTO FEGIZ De Andre': quella volta ho copiato Prevert "Nel '64 superai l'esame per diventare paroliere riscrivendo "Le foglie morte". L'ortografia inguaio' molti colleghi" "SAULLA i' e' vero, confessa Fabrizio De Andre': quando sostenni l'esame d'ammissione come autore alla Siae di Roma scrissi una poesia che per meta' rubacchiava dalle "Foglie morte" di Prevert. I commissari non ci fecero caso. Gli altri candidati non conoscevano Prevert e avevano grossi problemi con l'ortografia". La rivelazione di un testo inedito di De Andre', scritto per l'ammissione alla Siae nel '64, e' arrivata l'altra sera ad Aulla durante la seconda edizione del "Premio Lunezia", che viene assegnato ogni anno al miglior testo di canzone. La serata si era gia' riscaldata: De Andre' e' personaggio schivo che odia, da sempre, premi e festeggiamenti. L'altra sera, contro ogni aspettativa, aveva accettato di partecipare anche per la presenza di una sua vecchia amica, Fernanda Pivano. Si erano conosciuti ai tempi dell'"Antologia di Spoon River" e la scrittrice era riuscita a strappargli un'intervista, poi usata per la copertina del disco, nascondendo un registratore sotto il suo letto. Nel leggere la motivazione del "Premio Lunezia" per il testo del brano "Smisurata preghiera" la Pivano aveva cosi' concluso: "Non voglio che De Andre' venga definito il Bob Dylan italiano. Preferirei dire piuttosto che Bob Dylan e' il De Andre' americano". E De Andre' si era commosso. Ma la commozione si e' ben presto mutata in stupore quando la conduttrice della serata, Luciana Damiano, ha annunciato una sorpresa. Latore della stessa un dirigente della Siae di Roma, che dopo aver premiato De Andre' con una statuetta raffigurante un albero, ha annunciato di aver ritrovato negli archivi l'originale della canzone - poesia scritta da De Andre' nel 1964 come "prova d'esame" d'ammissione. Il manoscritto viene consegnato a Ugo Pagliai e Paola Gassman che, per tutto lo spettacolo, hanno letto i testi premiati. Quando Pagliai, con voce impostata, enuncia il titolo, "Spiaggia d'autunno", De Andre' si impossessa del microfono e precisa: "Il titolo non e' mio, l'avevano deciso i commissari". Dopo la lettura, fra le risate di Dori Ghezzi e il divertito imbarazzo di De Andre', il cantautore confessa: "E' una pagliacciata da non prendere sul serio, l'ho fatta solo per passare l'esame. Almeno la meta' e' una furba scopiazzatura delle "Foglie morte" di Prevert". A luci spente, De Andre' da' libero sfogo alla memoria: "Ricordo quell'esame come se fosse ieri: avevo gia' scritto canzoni importanti come "La ballata del Miche'", "La ballata dell'eroe", "Il testamento" pero' non potevo depositarle alla Siae perche' non ero iscritto. Mentre scrivevo la canzone - tema un ragazzo seduto sul banco dietro mi batte la schiena e mi chiede con accento del sud: "Restano va con due enne, vero?". C'erano due ore a disposizione per dimostrare di saper scrivere un testo poetico su un tema prestabilito. Io consegnai dopo mezz'ora e poi aiutai altri candidati". "Ancora piu' amena fu la prova, che consisteva nel riscrivere un testo di una canzone nota rispettandone la metrica: mi capito' "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello. Risate ancora maggiori all'esame di melodista, dove un notissimo collega esegui' le 12 misure che andavano aggiunte per completare le 4 proposte fischiettando, perche' non era in grado di accennarle su nessuno strumento". Lei invece suono'? "Si', il pianoforte. Conoscevo bene il pentagramma. A 12 anni la mamma penso' bene di mandarmi a lezione di violino. Che io rifiutavo di suonare perche' mi faceva male al mento e alla clavicola e mi provocava ferite. Cosi' corrompevo il maestro Gatti con dolci alla crema, perche' mi dispensasse da ogni tentativo e suonasse invece per me brani di Tartini e Paganini. L'accordo fini' quando la mamma scopri' queste "non lezioni". Per fortuna conobbi Alex Hilralodo, maestro di chitarra colombiano che mi fece amare quello strumento". Quali erano i suoi modelli? "Amavo Paoli, Bindi, i grandi francesi e Tenco. Dicevo che la sua canzone "Quando" l'avevo scritta io. Una sera lui mi becca in una balera di Genova e mi dice minaccioso: "E' vero che in giro ti vanti d'aver scritto "Quando?". E io: "Si'. Lo faccio per portami a letto le ragazze". Diventammo amici". Dylan lo scoprii piu' tardi. Per merito di De Gregori".

Mario Luzzatto Fegiz - Corriere della Sera 28/07/1997

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