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Recitativo e Corale




L'ultimo intermezzo sfocia nello straziante "Recitativo" finale: una condanna generale all'umanità, degli egoismi, dei benpensanti e dell'insensibilità, alternato al "Corale". Vengono messe nelle tracce come se fossero due canzoni ma in realtà è un unico brano dalle strofe intrecciate.
Le vediamo insieme, come lui le canta.

Uomini senza fallo, semidei 
che vivete in castelli inargentati, 
che di gloria toccaste gli apogei, 
noi che invochiam pietà siamo i drogati
Dell'inumano varcando il confine 
conoscemmo anzitempo la carogna 
che ad ogni ambito sogno mette fine: 
che la pietà non vi sia di vergogna

Questa è la prima invocazione agli uomini. Invoca pietà per i drogati (il disco si apre coi drogati) e si appella agli smidollati che vivono suoi loro castelli di ricchezze, agli uomini che non cadono mai in fallo, che non sbagliano mai. Poi comincia il coro.

C'era un re che aveva due castelli, 
uno d'argento uno d'oro. 
Ma per lui non il cuore di un amico, 
mai un amore né felicità

Eccoli i re nei castelli d'argento, senza amore e senza vita. Poi continua il recitativo.

Banchieri, pizzicagnoli, notai 
coi ventri obesi e le mani sudate, 
coi cuori a forma di salvadanai. 
Noi che invochiam pietà fummo traviate.
Navigammo su fragili vascelli, 
per affrontar del mondo la burrasca. 
Ed avevamo gli occhi troppo belli: 
che la pietà non vi rimanga in tasca
Giudici eletti, uomini di legge, 
noi che danziam nei vostri sogni ancora 
siamo l'umano desolato gregge 
di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all'orrenda agonia votaste decidendone la sorte 
e quanto giusta pensate che sia una sentenza che decreta morte?

La seconda invocazione è la pietà per le persone traviate, quelli che hanno sbagliato (la seconda canzone era per gli impiccati). E si appella ai grandi professionisti con la pancia piena.
E poi chiede ai giudici che hanno condannato a morte in nome della giustizia quanta giustizia ci sia in una condanna a morte. Poi torna il coro.

Un castello lo donò e cento e cento amici trovò
l'altro poi gli portò mille amori,
ma non trovò la felicità

Il Re infelice ha donato un castello in cambio degli amici e uno in cambio dell'amore. E ne trovò mille. Ma non era ancora felice. Poi torna il recitativo.

Uomini, cui pietà non convien sempre. 
Mal accettando il destino comune, 
andate, nelle sere di novembre, 
a spiar delle stelle al fioco lume, 
la morte e il vento in mezzo ai camposanti, 
muover le tombe e metterle vicine 
come fossero tessere giganti 
di un domino che non avrà mai fine.
Uomini, poiché all'ultimo minuto 
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto 
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia, 
gioir nei prati o fra i muri di calce, 
come crescere il gran guarda il villano, 
finché non sia maturo per la falce

Questo è l'atto d'accusa: uomini che non avete mai avuto pietà e avete giudicato, emarginato e ammazzato in tutti i modi i più sensibili, non accettate il destino ciclico comune a tutti (la morte, anche la vostra) e per questo fate i cimiteri mettendo vicine infinite lapidi, come fossero tessere del domino che tutavia al contrario del domino, non finirà mai la gente da seppellire. Per non farvi venire troppo tardi il rimorso di non aver mai avuto pietà per nessuno, vi dico sin da adesso che non siete voi a guardare la morte nei cimiteri, ma è la morte a guardare voi in ogni istante, mentre siete felici nei prati o mentre siete a casa vostra. Vi guarda come il contadino guarda crescere il grano aspettando che sia maturo per essere raccolto. Una condanna definitiva. Poi chiude con l'ultimo pezzo di coro.

Non cercare la felicità in tutti quelli a cui tu hai donato, per avere un compenso. 
Ma solo in te, nel tuo cuore, se tu avrai donato, solo per pietà.

Ed eccola la felicità. Non puoi cercarla nei rapporti costruiti per compenso. La felicità non è una ricompensa per aver donato qualcosa. La felicità si trova solo laddove tu hai donato per pietà.
Il disco si chiude è aperto licenziando Dio, quel Dio che giudica e separa i buoni e i cattivi. Dio è la morale che ci insegna la guerra. E si chiude con la pietà. La pietà che in fin dei conti è il sentimento di Cristo, la parte di Dio che si è fatta uomo. Non a caso due anni dopo pubblicherà un altro concept album che parla della storia di Gesù.






Leggenda di Natale


"Leggenda di Natale è ispirata alla canzone Le Père Noël et la petite fille di Georges Brassens. Il brano verte sulla circonvenzione usata da un furbo senza scrupoli su un'ingenua ragazza che si lascia facilmente ingannare nel suo sentimento più innocente, la fiducia." (wikipedia)


Una meravigliosa canzone che getta un alone di tristezza sui giorni di solito felici del Natale.





Parlavi alla luna giocavi coi fiori
avevi l'età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

una bambina ancora nell'età dei giochi con molta fantasia e voglia di scoprire il mondo.


E venne l'inverno che uccide il colore
e un babbo Natale che parlava d'amore
e d'oro e d'argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

L'inverno toglie ogni colore, il freddo toglie allegria. Questo babbonatale porta doni importanti e preziosi, ma ha gli occhi freddi come l'inverno che l'accompagna. Occhi non buoni.


Coprì le tue spalle d'argento e di lana
di perle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

Mentre affascina la bambina con i suoi giochi e l'adesca e la lusinga, la baciò tutta. Le sue attenzioni si fecero morbose e sensuali, come mai si dovrebbe ad una bambina.


E adesso che gli altri ti chiamano dea
l'incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d'un fiore appassito a Natale
la storia d'un fiore appassito a Natale

Qui riusa il termine Dea. Stavolta però nel bosco incanto delle sue idee è svanito l'incanto dei giochi di bambina. Lei ora è una Dea, forse un frutto della sua stessa fantasia. La bambina, anche crescendo, rimane bambina legata per sempre ad un ricordo tragico che la inchioda. I suoi ricordi rimarranno belli solo da quel momento in prima e mai più dopo le attenzioni del babbonatale saranno giorni felici.
Ormai però è grande e l'incanto come dicevamo è sparito, vorrebbe solo riuscire a raccontare un'altra storia di bambina, un'altra storia del bosco incantato, quella triste. Indicibile. Di un fiore appassito proprio a Natale.
Nelle mie riminiscenze classiche mi sembra di ricordare addirittura che le prostitute nei templi di Afrodite fossero chiamate ironicamente dee. Magari ne è rimasta traccia in qualche modo di dire dialettale in prossimità dei porti del mediterraneo. Tra l'altro non sarebbe inusuale per De André accostare l'amore sacro all'amor profano.


Ancora una volta De André accosta in maniera violenta ma delicata due figure antitetiche (un pedofilo ed un babbonatale, da sempre personaggio buono e caritatevole nei confronti dei bambini, anche lui a suo modo "che ama i bambini") parlando di un evento tragico e di una storia forte, difficile da digerire per una canzone da grande pubblico. Argomenti delicati e pertanto scomodi; questi sono infatti temi poco convenienti e dunque poco cantati da chiunque e quando lo si è fatto si sono usate forme più esplicite e toni più inquisitori (come fosse una captatio benevolentiae verso il pubblico) canzoni strappalacrime che cercano di trascinare emotivamente l'ascoltatore verso un sentimento populista e di massa di risentimento e rancore nei confronti del molestatore. Ancora una volta dimostrando la sua enormità Fabrizio tratta il tema finalmente dalla parte della vittima, con parole dolci e delicate, con accostamenti a figure immaginarie da bambini, con termini molto 'eterei' e quasi onirici.
Splendida.

Terzo Intermezzo





Il "Terzo Intermezzo" è di poco più articolato degli altri due. Accosta la guerra e l'amore e con questo ci fa capire che sta risalendo ai due brani precedenti:

La polvere, il sangue, le mosche e l'odore. 
Per strada fra i campi la gente che muore. 
e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è
e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi il perché.

L'autunno negli occhi l'estate nel cuore, la voglia di dare l'istinto di avere
e tu, tu lo chiami amore e non sai che cos'è
e tu, tu lo chiami amore e non ti spieghi il perché.

Prima descrive fisicamente la guerra, lo schifo della guerra. Chi parla della guerra, spesso non sa nemmeno sa cosa sia l'orrore della guerra. E non ci si spiega il perché la guerra esista, che sono i motivi ascoltati in Girotondo. La guerra accade perché nessuno fa niente per fermarla e perché si nasce in contesti predatori e violenti. 
Poi parla dell'amore accostandolo nuovamente alle stagioni: non ci parla dell'inverno quando l'amore è distante né della primavera quando ci si avvicina. Parla dell'amore autunnale negli occhi. L'amore decadente, quasi freddo, che guarda all'inverno. Con gli occhi si vive l'amore pensando che finirà, ma con l'estate calda nel cuore che sembra non debba mai più fare freddo. Lo chiami amore ma non sai che è ciclico, non puoi dominarlo, non sai cos'è e non ti spieghi perché nonostante sia destinato a finire nell'inverno, la gente ami lo stesso con tanta estate.





Girotondo




Senza soluzione di continuità musicale rispetto ad Invero, si passa dalla struggente malinconia, a "Girotondo". L'orrore della ciclicità e quindi della vacuità di tutti i nostri sforzi non è solo nella natura e metaforicamente nell'amore, ma proprio in tutta l'umanità.

Se verrà la guerra, Marcondiro'ndero se verrà la guerra, Marcondiro'ndà
sul mare e sulla terra, Marcondiro'ndera sul mare e sulla terra chi ci salverà?
Ci salverà il soldato che non la vorrà ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.
La guerra è già scoppiata, Marcondiro'ndero la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà.
Ci aiuterà il buon Dio, Marcondiro'ndera ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.
Buon Dio è già scappato, dove non si sa buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà.
L'aeroplano vola, Marcondiro'ndera l'aeroplano vola, Marcondiro'ndà.
Se getterà la bomba, Marcondiro'ndero se getterà la bomba chi ci salverà?
Ci salva l'aviatore che non lo farà ci salva l'aviatore che la bomba non getterà.
La bomba è già caduta, Marcondiro'ndero la bomba è già caduta, chi la prenderà?
La prenderanno tutti, Marcondiro'ndera siam belli o siam brutti, Marcondiro'ndà
Siam grandi o siam piccini li distruggerà siam furbi o siam cretini li fulminerà.
Ci sono troppe buche, Marcondiro'ndera ci sono troppe buche, chi le riempirà?
Non potremo più giocare al Marcondiro'ndera non potremo più giocare al Marcondiro'ndà.
E voi a divertirvi andate un po' più in là andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.
La guerra è dappertutto, Marcondiro'ndera la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?
Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori i boschi e le stagioni con i mille colori.
Di gente, bestie e fiori no, non ce n'è più viventi siam rimasti noi e nulla più.
La terra è tutta nostra, Marcondiro'ndera ne faremo una gran giostra, Marcondiro'ndà.
Abbiam tutta la terra Marcondiro'ndera giocheremo a far la guerra, Marcondiro'ndà...

La guerra è la morte e la distruzione di tutto per eccellenza. I bambini parlano col cantautore domandando. E lui risponde. Nessuno fa niente per fermare la guerra, tutti (il coro di bambini, l'umanità) se ne lamentano, ma chiunque sia nella posizione di poter fare qualcosa per fermarla, semplicemente non la fa. Né il soldato, né Dio, né l'aviatore. E chi consolerà la terra, chiedono i bambini al cantautore? gli uomini, le bestie e i fiori, risponde lui fiducioso. Ma non c'è più niente, dicono loro al cantautore: siamo rimasti solo noi. E adesso possiamo giocare. Giocare a fare la guerra.
Forse perché la guerra è l'unica cosa che questi bambini hanno visto. Il coro dei bambini ubriachi di guerra e di morte, impazziti, è una delle trovate insieme più eccessive e agghiaccianti della storia della canzone italiana. Non c'è alcuna speranza perché l'uomo è nato con la guerra e non può chegiocare a far la guerra. E quei bambini domani saranno i soldati e gli aviatori che non faranno niente per fermare la guerra e cresceranno un'altra generazione con l'esempio della guerra.
Potremmo sostituire alla parola guerra ogni difetto umano, tutta la violenza che esiste. L'uomo cresce nella violenza e genera sempre violenza anche quando si crede un bambino innocente che vuole giocare.
Qui abbiamo il secondo punto di pausa musicale, che racchiude questi brani di ciclicità della morte, delle stagioni-amore, della violenza.






Inverno






Con Inverno si passa al secondo lato dell'album. Non c'è un intermezzo a separare i due blocchi e (se ascoltato tutto di seguito) uno degli unici due momenti di silenzio del disco, è qui. L'altro è alla fine della canzone successiva. Forse perché finisce un lato del Long Playing o forse perché questa è una piccola parentisi nel disco che racchiude le prossime due canzoni. 
"Inverno" è una canzone dalle sonorità più classiche. Sembra l'immagine della natura che si annulla nel bianco della neve, nella nebbia e nel nero degli alberi scarni. Segnando la terribile ciclicità di tutte le cose. Lo sconforto, il cinismo, l'arrendevolezza.
Le strofe vanno a coppie: prima, terza e quinta parlano delle stagioni, le pari parlano di un amore.

Sale la nebbia sui prati bianchi 
come un cipresso nei camposanti, 
un campanile che non sembra vero 
segna il confine fra la terra e il cielo.
Ma tu che vai, ma tu rimani. 
Vedrai la neve se ne andrà domani, 
rifioriranno le gioie passate 
col vento caldo di un'altra estate.

Lo scenario è tetro: i prati innevati, con la nebbia e dei cipressi che si innalzano vicino ad un cimitero. Il campanile, segno di spiritualità segna il confine tra la terra dei vivi e il cielo dei morti. Ma tu non andartene, l'inverno poi passa e torna l'estate.

Anche la luce sembra morire 
nell'ombra incerta di un divenire 
dove anche l'alba diventa sera 
e i volti sembrano teschi di cera.
Ma tu che vai, ma tu rimani. 
Anche la neve morirà domani, 
l'amore ancora ci passerà vicino 
nella stagione del biancospino.

La luce del nostro amore sembra morire nell'incertezza del domani. Pallidi teschi di cera. Ma non andare, rimani ancora, la neve domani si scioglierà e l'amore ci ripasserà vicino in primavera.

La terra stanca sotto la neve 
dorme il silenzio di un sonno greve, 
l'inverno raccoglie la sua fatica 
di mille secoli, da un'alba antica.
Ma tu che stai, perché rimani? 
Un altro inverno tornerà domani, 
cadrà altra neve a consolare i campi, 
cadrà altra neve sui camposanti.

La terra pure è stanca, sta arrivando la primavera e l'inverno raccoglie le sue cose per andarsene. Ma tu che sei qui, perché rimani? La prospettiva si ribalta: ora che sei qui e rimani, perché lo fai? l'inverno tornerà e tutto morirà nuovamente domani. La morte e ciclica e coglie sempre tutto. Tutto è totalmente inutile e privo di senso. Terribile.





Ballata degli Impiccati






la "Ballata Degli Impiccati", ispirata dalla "Ballade des Pendus" di François Villon (il primo "poeta maledetto"). I versi di De André come sempre sono scarni, ruvidi, sarcastici e non cedono mai al sentimentalismo. Così, i condannati a morte, diventano creature mosse da puro rancore. La canzone si apre con le parole che danno nome all'intero disco, come a significare che qui siamo all'apice della morte. La morte fisica. Causata dagli altri uomini. In nome della giustizia.

Tutti morimmo a stento, 
ingoiando l'ultima voce, 
tirando calci al vento 
vedemmo sfumare la luce.
L'urlo travolse il sole, 
l'aria divenne stretta, 
cristalli di parole, 
l'ultima bestemmia detta.

Sono gli ultimi istanti di vita di un impiccato: muoiono tutti con difficoltà, con le ultime parole strozzate, mentre scalciano appesi. L'urlo strozzato e cristallizzato con la gola stretta dalla corda travolge finanche il sole. E le ultime parole, ovviamente sono bestemmie.

Prima che fosse finita 
ricordammo a chi vive ancora 
che il prezzo fu la vita 
per il male fatto in un'ora.
Poi scivolammo nel gelo 
di una morte senza abbandono, 
recitando l'antico credo 
di chi muore senza perdono.

nell'ultimo istante, con la nostra sola presenza penzonante, ricordiamo ai vivi che ci guardano che stiamo pagando con la pena di morte l'errore di un momento. Poi comincia ad arrivare il freddo che non ci ha mai abbandonato nella vita, il freddo che sente chi è solo e non perdonato.

Chi derise la nostra sconfitta 
e l'estrema vergogna ed il modo, 
soffocato da identica stretta 
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull'ossa 
e riprese tranquillo il cammino, 
giunga anch'egli stravolto alla fossa 
con la nebbia del primo mattino.
La donna che celò in un sorriso 
il disagio di darci memoria, 
ritrovi ogni notte sul viso 
un insulto del tempo e una scoria.
Coltiviamo per tutti un rancore 
che ha l'odore del sangue rappreso, 
ciò che allora chiamammo dolore 
è soltanto un discorso sospeso.

Infine augura la medesima fine sua a chi si compiace della sua morte. A chi ci prende in giro perché ci hanno condannati, la vergogna di penzolare in pubblico, possa imparare a conoscere questo nodo stretto al collo a sue spese. Chi ci ha coperti di terra seppellendoci rimanendo tranquillo, possa morire a sua volta nell'ombra senza essere ricordato. La donna che ha sorriso alla nostra disgrazia e ci ha negato la memoria, possa svegliarsi ogni giorno col viso più segnato dalle ingiustizie della vita. L'impiccato ha rancore per tutti, odia tutti, è furente. Un rancore che ha l'odore del sangue secco su una ferita. E con ciò che a noi ha fatto male, l'assenza di pietà e perdono, è qualcosa che prima o poi proveranno tutti.





Secondo Intermezzo




Il "Secondo Intermezzo", ancora una volta, sono due semplici frasi ripetute:

Sopra le tombe d'altri mondi, nascono fiori che non so
Ma fra I capelli di altri amori, muoiono fiori che non ho

gli altri mondi, sono sempre i mondi degli altri. Anche sulle loro tombe nascono fiori diversi da quelli dei tossici. Ma la tristezza è nell'affetto più consueto, l'amore. L'amore poetico dei fiori tra i capelli, inesorabilmente muore.




Primo Intermezzo





il brevissimo brano ripete due volte la stesse frase straziante in un ritmo dicesimante prog rock.  

Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so
lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho.

Gli altri mondi, quelli di chi non ha una dipendenza, hanno arcobaleni e ruscelli. Colori che non so e fiori che non ho.




Cantico dei Drogati




L'apertura è con il "Cantico Dei Drogati", che sembra fare il verso al Cantico delle Creature di San Francesco. A morire per primi sono i drogati, i tossici in generale e, nel caso di De André, gli alcolisti: è un testo meraviglioso, composto insieme al poeta libertario Riccardo Mannerini rimaneggiando la poesia "Eroina" di quest'ultimo, poeta e amico di De André.

«Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave dei Costa una caldaia gli era esplosa in faccia. È morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall'alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima. Mannerini mi ha insegnato che essere intelligenti non significa tanto accumulare nozioni, quanto selezionarle una volta accumulate, cercando di separare quelle utili da quelle disutili. Questa capacità di analisi, di osservazione, praticamente l'ho imparata da lui. Mi ha anche influenzato a livello politico, rafforzando delle idee che già avevo. sicuramente è stata una delle figure più importanti della mia vita.»

Ho licenziato Dio gettato via un amore 
per costruirmi il vuoto nell'anima e nel cuore
Le parole che dico non han più forma né accento, 
si trasformano i suoni in un sordo lamento 
Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco 
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

come tutte le dipendenze, è sempre un problema di affetto: di amore non ricevuto, di vuoto nell'anima e nel cuore, che viene quindi da dentro, che si tenta di riempire con qualche sostanza da fuori. Ma come posso dire a mia madre, che dovrebbe essere colei che ci riempe d'affetto, che è solo paura e solitudine?

Chi mi riparlerà di domani luminosi, 
dove i muti canteranno e taceranno i noiosi?
Quando riascolterò il vento tra le foglie 
sussurrare i silenzi che la sera raccoglie? 
Io che non vedo più che folletti di vetro 
che mi spiano davanti che mi ridono dietro.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

chi mi racconterà le favole e un mondo meraviglioso? quando potrò essere felice io che sono un tossico? in questo verso possiamo notare quanto pesasse a De André la sua condizione di dipendenza dall'alcol. in quel periodo infatti l'autore era a tutti gli effetti un tossicodipendente e in questo testo ci sta parlando delle classica paranoia dell'alcolista, spiato e deriso. Ed inesorabilmente solo nella sua condizione da marginato sociale.

Perché non hanno fatto delle grandi pattumiere 
per i giorni già usati, per queste ed altre sere. 
E chi, chi sarà mai il buttafuori del sole 
chi lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore. 
E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo 
dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo? 
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

tutto la desolazione esce fuori con la voglia di non vivere: giorni già usati, sempre uguali a loro stessi nella ricerca della sostanza di cui si è dipendenti. Senza un motivo per alzarsi la mattina: chi si prende la briga di tirar fuori tutte le mattine il sole?

Quando scadrà l'affitto di questo corpo idiota 
allora avrò il mio premio come una buona nota. 
Mi citeran di monito a chi crede sia bello 
giocherellare a palla con il proprio cervello. 
Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito 
che qualcuno ha tracciato ai bordi dell'infinito.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Quando sarò morto avrò allora la mia unica nota positiva, per il resto del mondo. Servirò infatti ai benpensanti  che mi hanno emarginato come esempio da evitare a chiunque crede sia bello spappolarsi il cervello (con qualche sostanza) nell'illusione di varcare i limiti, di aprire le porte della percezione.

Tu che m'ascolti insegnami un alfabeto che sia 
differente da quello della mia vigliaccheria.

In quest'ultimo verso il cantautore si rivolge direttamente all'ascoltatore: sono caduto in questo vortice, compiaciuto e coscientemente colpevole. Avevo solo paura e sono fuggito dai sentimenti che erano solo dolore, attenuandoli con una dipendenza. Dimmelo tu cosa avrei potuto fare di diverso.

1968: Tutti Morimmo a Stento



In queste undici tracce Fabrizio De André raggiunge per la prima volta la sua apoteosi. Pubblicato con il sottotitolo di "Cantata in si minore per solo, coro e orchestra", "Tutti Morimmo A Stento" parla della morte, in tutte le sue forme, in soli 33 minuti e 51 secondi. Sembra un viaggio in un girone dantesco, fatta di desolazione, drogati, condannati a morte, fanciulle traviate, orchi e bambini sconvolti. 
«Parla della morte... Non della "morte cicca", con le ossette, ma della morte psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte - in questi vari tipi, anzi, di morte - prima di arrivare a quella vera. Così, quando tu perdi un lavoro, quando tu perdi un amico, muori un po'; tant'è vero che devi un po' rinascere, dopo.»
Il viaggio è accompagnato dalle note di un'orchestra sinfonica diretta dai fratelli Reverberi e musicalmente è parte della nascite del progressive italiano, ma la formula scelta, come spiegò lo stesso De André, è quella classica della cantata "in cui tutti i brani sono uniti tra loro da intermezzi sinfonici e hanno come minimo comune denominatore quello di essere nella stessa tonalità, e di trattare lo stesso argomento"
I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli "Intermezzi", in un crescendo che culmina nel "Recitativo" e si scioglie nel coro finale. Tra le tracce del disco la musica è ininterrotta senza mai un secondo di silenzio, solo La Ballata degli Impiccati e Girotondo finiscono sfumati con un attimo di silenzio prima del successivo. Gli ultimi due brani anzi sono intrecciati nel testo e le strefe dell'uno alternano quelle dell'altro. 
Demolendo a uno a uno tutti i cliché della canzone tradizionale italiana, De André corona con questo disco un'operazione ineguagliabile. Frantuma le convenzioni, denuncia l'ipocrisia e la vigliaccheria di quella stessa borghesia di cui ha sempre fatto parte.

1 - Cantico dei drogati (testo di F.De André e Riccardo Mannerini) - 7:06
2 - Primo intermezzo (testo di F.De André) - 1:57
3 - Leggenda di Natale (testo di F.De André) - 3:14
4 - Secondo intermezzo (testo di F.De André) - 1:56
5 - Ballata degli impiccati (testo di F.De André e Giuseppe Bentivoglio) - 4:22
6 - Inverno (testo di F.De André) - 4:10
7 - Girotondo (testo di F.De André) - 3:06
8 - Terzo intermezzo (testo di F.De André) - 2:12
9 - Recitativo (due invocazioni e un atto d'accusa) (testo di F.De André) - 0:47
10 - Corale (leggenda del re infelice) (testo di F.De André) - 4:48

Tutte le musiche sono di Fabrizio De André e Gian Piero Reverberi


Nel 1969 Antonio Casetta ebbe l'idea di realizzare una versione in inglese di questo disco: De André quindi reincise le parti vocali dell'album. Questa versione non è mai stata pubblicata ufficialmente, ma si giunse fino alla stampa di un'unica copia test in vinile. La grafica era completamente differente dalla versione italiana, con copertina apribile, tutti i testi delle canzoni in inglese e l'elenco di tutti i nomi dei musicisti.

La scaletta del disco era la seguente:
- Lament of the Junkie
- First Intermezzo
- Legend of Christmas
- Second Intermezzo
- Ballad of the Hanged
- Winter
- Ring Around the H-Bomb
- Third Intermezzo
- Relativity (Chorale of Mercy)


L'unica preziosa copia di questa versione è stata scoperta nel 2007 in possesso di un collezionista statunitense, che ha posseduto la versione per quasi 40 anni senza riferirlo a nessuno. Solamente in occasione del suo ottantesimo compleanno rivelò il segreto in forma privata al collezionista Mimmo Carrata, al quale poi cedette il disco pochi giorni dopo.








Qui il video in cui cerco di interpretare maldestramente l'intero album