cerca i commenti ai testi

A - B - C - D - E - F - G - H - I - J - K - L - M - N- O - P - Q - R - S - T - U - V - Z
Visualizzazione post con etichetta la buona novella. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la buona novella. Mostra tutti i post

Laudate Dominum


Per quanto riguarda i testi, poi, con questo lavoro si può dire che Faber raggiunga la perfezione: l’intero album è un susseguirsi di immagini dalla forza straordinaria, momenti di pura poesia grazie ai quali ogni momento della vicenda brilla di insuperato splendore. La narrazione è introdotta da Laudate Dominum. L’atmosfera è un unico verso, un brevissimo coro solenne di 21 secondi, recitato in latino: la lingua delle istituzioni e della legge. Imperativo: lodate il Signore.


Il Testamento di Tito







Ma prima della fine con la canzone che chiude l’album riprendendo il tema iniziale (in cui come vedremo c’è il verso che dà senso all’intera opera), c’è tempo per la ciliegia sulla torta più buona che un cantautore abbia mai pensato. Basterebbe da sola una canzone come “Il Testamento Di Tito” per assicurare a qualsiasi album un posto nella storia: il punto di vista è quello del ladrone morente accanto a Gesù, che  lancia uno dei messaggi più etici e umani di sempre, dal valore ineguagliabile. Passando in rassegna i dieci comandamenti, li smonta uno ad uno con esempi pratici del suo vissuto. Le leggi sono aride e senza umanità, violente per definizione. Scritte per chi il potere ce l’ha, per chi può. E chi non può, per condizione sfortunata ed esigenza, è fuorilegge. E Gesù è lì inchiodato senza giustizia e senza perdono. 

"Non avrai altro Dio all'infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall'est dicevan che in fondo era uguale. Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco gridai la mia pena e il suo nome: ma forse era stanco, forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone. Bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone: quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni entrare nei templi che rigurgitan salmi, di schiavi e dei loro padroni, senza finire legati agli altari sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l'ho rispettato vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato: ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l'ami così sarai uomo di fede: Poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame. Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore: ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno. Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno: guardate la fine di quel nazzareno e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo. Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono: ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri, non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa: nei letti degli altri già caldi d'amore non ho provato dolore.

L'invidia di ieri non è già finita: stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: 
io nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore.

Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore".

Forse è proprio questo il senso dell’opera deandreiana, in cui significativamente Cristo non ha pronunciato una sola parola: la grandezza di questa “buona novella” non viene dalle parabole e dalle promesse di eternità dell’anima, ma dai fatti concreti della vita di Cristo, da una condotta umana che qui ci giunge riflessa dalle parole di Tito. Non servono i 10 comandamenti: “La Buona Novella” è un modo diverso di essere uomini, si può essere beati anche in questo mondo, purchè in ciascuno esista il sentimento di pietà e umana partecipazione al dolore degli altri. Cristo inventa il sentimento della pietà come noi oggi lo intendiamo.

Questo è certamente uno dei pezzi in cui De Andrè riesce ad esprimere meglio tutta la sua spiritualità, il suo umanesimo e il suo anarchismo. L’amore, il non giudicare sommariamente, il perdonare.




Laudate Hominem







Per arrivare al senso totale dell’album invece abbiamo ancora una canzone. Idealmente il cerchio i chiude e dal Laudate Dominum della prima traccia si arriva al Laudate Hominem dell’ultimo. Ancora una volta è il coro a parlare e a spiegarci tutto.A cantarla sono gli straccioni, siamo tutti, tutta la cultura del cristianesimo.

Laudate dominum, Laudate dominum
Il potere che cercava il nostro umore mentre uccideva nel nome di un dio,
nel nome di un dio uccideva un uomo: nel nome di quel dio si assolse.
Poi poi chiamò Dio quell'uomo e nel suo nome, nuovo nome, altri uomini uccise
Non voglio pensarti figlio di Dio ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.
Laudate dominum, Laudate dominum

Lodate il Dio, canta il coro come all’inizio del disco. Ma gli straccioni subito rispondono: il potere cercava il nostro umore, si nascondeva dietro la volontà del popolo di scegliere di salvare Barabba, mentre uccideva nel nome di Dio un uomo. E nel nome dello stesso Dio si assolse da quell’omicidio. Assoluzione e delitto, lo stesso movente, potremmo dire. Poi dopo chiamò Dio quell’uomo che aveva ucciso, Gesù Cristo e anche in nome di questo Dio uccise altri uomini. Dio sembra solo una grande scusa del potere per uccidere e opprimere gli uomini. Ed io allora non Voglio pensarti figlio di Dio, ma figlio di un uomo che sbaglia, fratello mio.
Laudate Dominum ripete il potere.

Ancora una volta abbracciamo la fede
che insegna ad avere il diritto al perdono, 
perdono sul male commesso nel nome d'un dio
che il male non volle finché restò uomo.
Non posso pensarti figlio di Dio, ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.
Laudate dominum

Allora, dicono gli straccioni, abbracciamo la fede che insegna ad avere il perdono solo sul male commesso in nome di Dio, come quello che fate voi? Ma questo Dio finché restò uomo non voleva il male. No, anche se volessi, io non posso pensarti figlio di quel Dio, ma piuttosto figlio dell’uomo che sbaglia, fratello anche mio.
Tentano ancora i sacerdoti. Laudate dominum!

Qualcuno tentò di imitarlo, se non ci riuscì fu scusato, anche lui perdonato.
Perché non s'imita un dio, un dio va temuto e lodato
Laudate hominem
No, non devo pensarti figlio di Dio ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.
Ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.
Laudate hominem.


E allora lodate solo l’uomo e non più il Dio, il potere. Ecco la chiave, pur volendo, pur potendo io non DEVO vederti come figlio di Dio. Altrimenti questo potere commetterà violenza, perché non ci sono poteri buoni. E allora devo pensarti come un semplice uomo, figlio dell’uomo e dunque fratello anche mio. Perché se esiste un Dio che giudica, condanna e commette violenza, uccide, per questo basta e avanza il potere dell’uomo. Mentre invece non esiste un Dio che perdona. Perché perdona solo chi ammette di poter sbagliare, perché sa che vivendo, si sbaglia. Dio non sbaglia, vivono e sbagliano solo gli uomini e solo gli uomini dunque perdonano. Solo gli uomini amano davvero. Lodate l’uomo, l’uomo che ama e che perdona come Cristo. Lodate la parte umana del Dio, quello che si fa uomo. 







Tre Madri







Non appena i tre condannati vengono crocifissi, le loro rispettive Tre Madri stanno adagiate sotto le croci per confortarli. Tutti gli altri spariscono dalla scena e rimangono solo queste Tre Madri: Maria la madre di Gesù, quella di Dimaco e quella di Tito, i due ladroni. 

"Tito, non sei figlio di Dio
Ma c'è chi muore nel dirti addio"
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre
Ma più di te muore tua madre"
"Con troppe lacrime piangi, Maria
Solo l'immagine d'un'agonia
Sai che alla vita, nel terzo giorno
Il figlio tuo farà ritorno
Lascia noi piangere, un po' più forte
Chi non risorgerà più dalla morte"

Già l’idea di far incontrare le tre madri dei condannati a morte e aprire il Golgota ad altre figure che non sono lì per Cristo, è uno spaccato di umanità incredibile. E’ la madre di Tito a cominciare il cordoglio. Non sei figlio di Dio, ma tua madre è qui che muore nel dirti l'ultimo addio. Dimaco invece non sa nemmeno chi fu il padre, ma certamente la madre è lì sotto a piangere il figlio. Maria piange troppo per le mamme dei due ladri. Sembra che vogliano quasi metterla in un angolo, dal momento che il dolore di lei durerà soltanto tre giorni, dal momento che poi Cristo risorgerà. Mentre il loro dolore sarà per tutta la vita di madri, per sempre. 

"Piango di lui ciò che mi è tolto
Le braccia magre, la fronte, il volto
Ogni sua vita che vive ancora
Che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore
E chi ti chiama, Nostro Signore
Nella fatica del tuo sorriso
Cerca un ritaglio di Paradiso
Per me sei figlio, vita morente
Ti portò cieco questo mio ventre
Come nel grembo, e adesso in croce
Ti chiama amore questa mia voce

E Maria risponde loro facendo emergere tutta la sua umanità di madre. Piange la carne del figlio, piange ogni ora di sofferenza che lo accompagna alla morte. Piange il fatto che è suo figlio di sangue e di cuore, che non è uguale a quello di chi lo chiama Nostro Signore e cerca di guadagnarsi con la fede uno posto in paradiso. Per lei è semplicemente suo figlio, vita morente. Continuerà a chiamarlo “amore” adesso in che è in croce così come quando lo portava in grembo. 

Non fossi stato figlio di Dio
T'avrei ancora per figlio mio"


E infine si rivela tutto lo strazio della madre, condannata a portare in grembo il figlio di Dio, destinato a soffrire per salvare tutti gli altri figli di tutte le altre donne: non fossi stato figlio di Dio e non fossi dovuto morire in croce, adesso ti avrei ancora vivo come mio semplice figlio.




Via della Croce







La successiva Via della Croce è, se possibile, poeticamente ancora più complessa e perfetta. Ci sono tre quartine in cui parlano i padri dei neonati massacrati da Erode mentre cercava Gesù, che non vedono l’ora di vederlo morto. 

"Poterti smembrare coi denti e le mani,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav'uomo di nome Pilato."

Questo gli dicono mentre trascina la croce

Ben più della morte che oggi ti vuole,
t'uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.

Ed è ciò che più ferisce Gesù. Non gli insulti, ma sapere che molti neonati sono stati trucidati a causa sua, tutti i figli strappati ai padri e massacrati da Erode

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent'anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d'un ciarlatano.

Questi padri misurano con le gocce del suo sangue sugli abiti nuovi il dolore che Cristo prova. Ed hanno atteso 33 anni questa vendetta che infine arriva, hanno atteso 33 anni che Cristo il ciarlatano rantolasse sotto le fruste e il peso della giustizia. 
Nelle seconde tre quartine ci sono le donne. Fanno sempre parte del popolo, ma sono più indulgenti degli uomini

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:

In testa al corteo della via crucis ci sono le vedove. Spesso puttane. Le diseredate. Le preferite da Cristo. E per loro non è un giorno di festa come per i padri dei neonati, si coprono anzi gli occhi e il cuore con le vesti, ma il dolore è troppo e si vede lo stesso 

fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena,

giudee umiliate dalla propria religione, che le ha sempre viste schiave, già prima della legge giudaica in realtà. Anche solo per riconoscenza per chi le ha perdonate, per chi ha perdonato e salvato anche la prostituta Maddalena, soffrono insieme a Cristo

di chi con un gesto soltanto fraterno
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,
e guardano in alto, trafitti dal sole,
gli spasimi d'un redentore.

Chi con naturalezza e con estrema fratellanza e umiltà ha insegnato il perdono al Dio di Abramo, al Dio giudaico. Il redentore, colui che le ha redente dai loro peccati spasima e guarda verso il cielo con lo sguarda trafitto dal sole
Poi ci sono le tre quartine centrali in cui si vedono gli apostoli.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti:
"A redimere il mondo" gli serve pensare,
“il tuo sangue può certo bastare”.

Anche gli apostoli sono tra la folla. Muti, nascosti. Hanno paura che il Cristo li guardi e li saluti, che possano essere riconosciuti come i suoi seguaci dalle guardie. Si dicono che a salvare il mondo certamente basta il sangue del Cristo e non il loro

La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Spargeranno la voce, divulgheranno ed evangelizzeranno il mondo. Ma domani, con una fede miglio, non stasera che la paura di essere riconosciuta è più forte.

Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Nessuno rivolge la parola a Cristo, nessuno urla a lui un addio per la paura di essere scoperto. La voce non esce dalle loro gole per il loro fratello che sanguina.
Tre quartine ancora, le più importanti. Il ritmo cambia e sono dedicate al potere che sta mandando a morte il Cristo. 

Han volti distesi, già inclini al perdono,
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo
fregiarti le membra di rivoli viola,
incapace di nuocere ancora.

De André qui descrive tutto il suo disprezzo per il potere costituito. Per gli uomini di potere e soprattutto per il potere. Ormai hanno volti distesi, ora che vedendo il tuo sangue che cola sul tuo corpo e sanno che non sei più pericoloso, che non puoi più togliergli il potere sobillando il popolo e gli ultimi. 

Il potere vestito d'umana sembianza,
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.

Per questo potere, qui vestito da uomo, ma poco conta, ormai sei già morto e non si preoccupa più di Cristo, ma vuole sapere cosa ne pensano gli straccioni, gli ultimi, i poveri a cui aveva promesso il paradiso

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l'ingresso
a chi ti ama come se stesso.

Ma precauzionalmente lo spettacolo è stato chiuso a quella orda di poveri e amava Cristo in modo smisurato. Loro non sono sulla via crucis a mostrare dolore e piangere.
E infine le tre quartine dedicate ai crocefissi. O meglio ai due ladroni perché ancora una volta Cristo non parla e non è il centro dell’attenzione.

Sono pallidi al volto, scavati al torace,
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore,
eppure hanno un posto d'onore.

Una descrizione fisica dei due ladroni, pallidi e scavati. Non si compiacciono anzi sono indifferenti nel vederti soffrire

Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.

Non provano pena per te e non gli fa impressione la tua schiena che sanguina per le frustate e piegata dal peso della croce. E non lo sono perché sono entrambi nella stessa situazione. E sono infatti gli unici a stare umanamente vicino a Cristo

Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.


Perdonali, dice il cantautore rivolto a Cristo, se non si fanno da parte e non ti lasciano la scena, se anche loro sanno morire sulla croce come te e soffrire come te. Loro hanno solo la propria madre che guarderà questo spettacolo, a differenze tua che sei il centro dell’azione, che tutti sono qui per te.






Maria nella Bottega d'un Falegname






Qui comincia il lato B del disco e c’è un momento di pausa necessario. D’altronde sono passati 33 anni perché da una parte all’altra del disco si passa dal momento della nascita a quello della crocifissione. Le ambientazioni quindi sono diversissime.
I protagonisti dei successivi tre brani saranno dei quadretti di straordinaria poesia. Maria nella bottega d'un falegname è il nome del primo pezzo del secondo lato. Parlano Maria, il falegname e il coro del popolo. Ancora una volta la figura di Cristo resta in disparte, solamente citata. Il ritmo dato dalla pialla e dal martello scandiscono il dolore straziante.

"Falegname col martello perché fai den den?
Con la pialla su quel legno perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle per chi in guerra andò,
Dalla Nubia sulle mani a casa ritornò?"

Maria chiede al falegname per chi stia lavorando così alacremente. Forse per chi ha perso le gambe in guerra nella Nubia ed è quindi tornato sulle mani?

"Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia
Per foggiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia
Ma tre croci, due per chi disertò per rubare
La più grande per chi guerra insegnò a disertare"

E il falegname risponde che no, non sta facendo stampelle per chi ha perso le gambe in guerra. Ma tre croci su verranno messi a morte tre uomini. Due per chi ha disertato la guerra, per rubare. E la più grande di queste tre croci, per chi ha insegnato a disertare la guerra, ovvero il Cristo.

"Alle tempie addormentate di questa città
Pulsa il cuore di un martello, quando smetterà?
Falegname, su quel legno quanti corpi ormai
Quanto ancora con la pialla lo assottiglierai?"

Alla sofferenza di Maria e a quella del falegname si aggiunge quello di tutta la città. Per quanto ancora le coscienze dovranno sentire pulsare in testa questo rumore di martello e di pialla che lavora?

"Alle piaghe, alle ferite che sul legno fai
Falegname su quei tagli manca il sangue, ormai
Perché spieghino da soli con le loro voci
Quali volti sbiancheranno sopra le tue croci"

Torna a parlare Maria, in perfetta simmetria stilistica alla quarta quartina in rima baciata. Paragona le ferite fatte sul legno dal falegname a quelle di chi porterà le croci. Ha capito tutto Maria, su quella croce morirà suo figlio, manca solo il sangue a testimonianza che sarà Cristo a sbiancare, a morire su quella croce.

"Questi ceppi che han portato perché il mio sudore
Li trasformi nell'immagine di tre dolori
Vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio
Il più grande che tu guardi abbraccerà tuo figlio"

Il falegname conferma la certezza di Maria. Questi ceppi, questi legni che mi hanno portato perché io li trasformassi in croci e strumento di dolore e morte, vedranno le lacrime di Dimaco e Tito (i nomi dei due ladroni) ai lati, al ciglio. Il più grande di questi ceppi, nuovamente, abbraccerà tuo figlio Gesù.

"Dalla strada alla montagna sale il tuo den den
Ogni valle di Giordania impara il tuo fren fren
Qualche gruppo di dolore muove il passo inquieto
Altri aspettan di far bere a quelle seti aceto"


Infine è nuovamente il coro a parlare nell’ultima quartina: il rumore del tuo lavoro arriva in tutte le valli della Giordania. Qualcuno addolorato si muove con inquietudine, per non essere riconosciuto come amico di Gesù, mentre altri non vedono l’ora di vederlo morto, di fargli bere l’aceto quando avrà sete portandola croce.






Ave Maria







Infine Maria diventa madre. Il momento è arrivato. In poco più di 100 secondi De André compie un inno alla maternità davvero difficile da descrivere con altre parole che non siano le sue. 

E te ne vai, Maria, fra l'altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

Qui è semplicemente Maria che cammina tra la gente che le si raccoglie accanto e la lascia passare come si deve ad una donna incinta in prossimità del parto. Adesso tutti la guardano, ma non con la cattiveria di quando era impura nel tempio. Semplicemente perché è veramente prossima al parto e colma d’amore, potremmo immaginarla che in questo momento si sono proprio aperte le acque.

Sai che fra un'ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Maria sa che entro un’ora sarà madre, partorirà e probabilmente piangerà. Poi nella sua mano terrà tutto il suo piccolo pargolo appena nato. Gioia e dolore, come in ogni parto, hanno un confine incerto. Sicuramente è un dolore immenso per il corpo ma è una gioia smisurata per lo spirito e illumina il viso. 

Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.

Maria viene salutata come una madre, finalmente ha partorito. Adesso viene riconosciuta come donna è non è più bambina. Adesso ha un nuovo amore, come tutte le donne, che sia povero o ricco, l’ultimo o il primo, ogni figlio è un nuovo amore per la madre. Che sia Messia o no. 

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente..


E non sarà mai più una bambina. Per tutta la vita, si rimane madre, non si smette mai. Neanche con un nuovo figlio muta l’essere madre del primo. Nemmeno con la morte del figlio, quando non ci sono più stagioni, cambia la condizione dell’essere madri e di amare in questo modo.








Il Sogno di Maria






In questo brano la scena è nuovamente nel tempio, dove Maria conobbe l’angelo. In un sogno questi la porta in volo lontano e lì le dà la notizia della futura nascita di un bimbo. Al risveglio Maria capisce di essere incinta e si scioglie in pianto. Credo che valga veramente la pena ascoltarla. 
Io proverò a leggerla..

Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate -
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

L’ambientazione è il tempio dove vive Maria, paragonato ad un grembo materno. Ma umido, scuro, freddo. Qui Maria incontra l’angelo ogni sera ed ogni sera lui le insegna una preghiera. Siamo ai limiti del doppio senso, come se questo angelo fosse una persona in carne ed ossa. L’angelo scioglie le mani di Maria che erano evidentemente giunte in preghiera e comincia a volare, in estasi, con la fantasia, in un sogno. E in questa prima strofa troviamo la sinestesia più bella di sempre che ci restituisce tutto il senso dell’amore e della libertà. Dallo scuro, umido e freddo grembo del tempio l’angelo la libera e le fa conoscere l’estate e l’estasi dell’amore. Lei vede il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.
Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

E vola libera davvero Maria, insieme all’angelo, sopra tutte le cose reali, sopra il quotidiano. Scivolando infine in una valle dopo si intrecciano vite e ulivo, simboli cristiani per eccellenza. La vigna del signore è il mondo degli uomini, l’ulivo è la pace. Non si sta forse concependo il cristianesimo? Scendono fino a dove il giorno si perde, fino all’imbrunire, quando il sole va a cercare un nuovo giorno, oltre l’orizzonte intorno al mondo che gira. E lui le parla come quando si prega, a mente o al più sussurrando, sgranandola come un rosario. 

Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un altra vita,
foglie le mani, spine le dita.

Poi arrivano i sacerdoti. Li dipinge ad ombre lunghe, come quelle che proietta il sole della sera. A me piace immaginarli sulla porta del tempio che sorprendono Maria nella sua estasi. Lei infatti cerca di scappare con le ali, ma il sogno è finito è lei è di nuovo nel tempio quindi il braccio non ha più le ali e non può volare. L’angelo si trasforma in cometa, veloce e luminosa, pietrifica i volti dei sacerdoti giudei e li consegna al passato, immobili come piante, con le spine al posto delle dita.

Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era
- Lo chiameranno figlio di Dio -
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.

Ma anche quella della trasformazione del potere giudaico in storia dentro al tempio era parte del sogno, infatti a svegliarla sono le voci dei vivi. Si è fatto giorno ed è ripresa la vita fuori dal tempio. Le Immagini si sbiadiscono come fanno sempre i sogni che fino ad un attimo prima erano così vividi e riesce a ricordare a malapena le parole dell’angelo, un’eco che le ripete la strana preghiera. E lei non riesce a capire più nemmeno se era un sogno o no. Ricorda solo”lo chiameranno figlio di Dio”, ma queste parole sono tanto confuse nella sua mente quanto impresse nel ventre: Maria, che fosse sogno o meno ormai svanito, ora è incinta.

E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.

Nell’ultima strofa si capisce che la canzone è di fatto Maria che racconta a Giuseppe lo strano sogno. Lei, sfinita dal racconto, inizia a piangere. L’immagine è portentosa: lei ha paura e dalla voce probabilmente tremolante questa pura passa agli occhi colmi di lacrime. Rimane con gli occhi semichiusi cercando di sembrare calma ma in attesa dello sguardo indulgente di Giuseppe che la sta ascoltando. Ovviamente lei non sa se Giuseppe crederà al suo sogno o se la ripudierà o magari la picchierà come un’adultera.

E tu, piano, posasti le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte.


E Giuseppe infine alza una mano, ma per posare le dita all’orlo della fronte di Maria, come a spostarle una ciocca di capelli dal volto spossato dal racconto e madido di lacrime. Con la paura che la carezza anche possa essere troppo forte, troppo ruvida e fare del male a quella bambina.







L'Infanzia di Maria






Forse fu all'ora terza forse alla nona
Cucito qualche giglio sul vestitino alla buona
Forse fu per bisogno o peggio per buon esempio
Presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio
Presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio

Nelle ore liturgiche, l’ora terza sarebbero le 9 del mattino, mentre l’ora nona sarebbero le tre di pomeriggio. Sono le ore medie, quelle durante la giornata in cui vanno effettuate le preghiere. Nell’arco di una mattinata, in poche parole, con con qualche fiorellino cucito alla buona sul vestitino, forse per bisogno ovvero perché non avrebbero potuto mantenerla data la povertà, o peggio per buon esempio come una vergine sacrificale, i genitori di Maria la chiusero nel convento a soli tre anni.

Non fu più il seno di Anna fra le mura discrete
A consolare il pianto a calmarti la sete
Dicono fosse un angelo a raccontarti le ore
A misurarti il tempo fra cibo e Signore
A misurarti il tempo fra cibo e Signore

Non fu più la madre dunque a darle da mangiare e da bere, ma divenne un angelo a raccontarti le ore, ovvero le preghiere, le orazioni, e a scandire il tempo tra pasti e lodi al Signore. La vita di convento. Poi il primo coro

Scioglie la neve al sole ritorna l'acqua al mare
Il vento e la stagione ritornano a giocare
Ma non per te bambina che nel tempio resti china
Ma non per te bambina che nel tempio resti china

Passa così il tempo, le stagioni, ogni nuova primavera il sole scioglie la neve e ingrossa i fiumi e vede i bambini che tornano all’aria aperta a giocare. Ma non per Maria che rimane nel tempio sempre a pregare. 

E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio
Avevi dodici anni e nessuna colpa addosso
Ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio
La tua verginità che si tingeva di rosso
La tua verginità che si tingeva di rosso

Presto arrivarono i dodici anni di Maria e i sacerdoti la cacciano dal tempio: la bambina è ormai grande ed è arrivata la sua fioritura. A Maria cominciano in sostanza le mestruazioni e deve uscire dal tempio

E si vuol dar marito a chi non lo voleva
Si batte la campagna si fruga la via
Popolo senza moglie uomini d'ogni leva
Del corpo d'una vergine si fa lotteria
Del corpo d'una vergine si fa lotteria

Comincia quindi la ricerca del marito per Maria, anche se lei certo non lo voleva avendo 12 anni. Si cerca nella campagna e in tutti i vicoli tutti gli uomini vedovi che possano prendere in sposa questa bambina pseudo orfana e senza dote, uomini di qualsiasi età. Si sceglie a sorte chi dovrà occuparsi di Maria. Qui un secondo coro, Degli uomini venuti al tempio per vederla:

Sciogli i capelli e guarda già vengono:
Guardala guardala scioglie i capelli
Sono più lunghi dei nostri mantelli
Guarda la pelle viene la nebbia
Risplende il sole come la neve
Guarda le mani guardale il viso
Sembra venuta dal paradiso
Guarda le forme la proporzione
Sembra venuta per tentazione
Guardala guardala scioglie i capelli
Sono più lunghi dei nostri mantelli
Guarda le mani guardale il viso
Sembra venuta dal paradiso
Guardale gli occhi guarda i capelli
Guarda le mani guardale il collo
Guarda la carne guarda il suo viso
Guarda i capelli del paradiso
Guarda la carne guardale il collo
Sembra venuta dal suo sorriso
Guardale gli occhi guarda la neve 
guarda la carne del paradiso

Maria è bellissima, già formata e sensuale. Questo è indice della sua corruzione a quanto pare, sembra venuta per tentare l’uomo. Ha i capelli lunghi e la pelle chiara. E’ fatta di carne.

E fosti tu Giuseppe un reduce del passato
Falegname per forza padre per professione
A vederti assegnata da un destino sgarbato
Una figlia di più senza alcuna ragione
Una bimba su cui non avevi intenzione
E mentre te ne vai stanco d'essere stanco
La bambina per mano la tristezza di fianco
Pensi "Quei sacerdoti la diedero in sposa
A dita troppo secche per chiudersi su una rosa
A un cuore troppo vecchio che ormai si riposa"

Capita in sorte a Giuseppe. Vecchissimo ormai, padre di molti figli e costretto ancora a lavorare come falegname. Un destino sgarbato con lui quindi, che gli assegna questa creatura che per lui è semplicemente un’altra figlia da sfamare, dal momento che è una bimba verso la quale è impossibile avere delle attenzioni come si dovrebbe ad una moglie. Se ne va dall tempio stanco addirittura di essere stanco, tenendo questa nuova figlia per mano pensando che quei sacerdoti abbiano sbagliato ad accoppiarla con lui. Un’ingiustizia tanto per lui quanto per lei, che non conoscerà mai l’amore.
Nonostante ciò Giuseppe esegue l’ordine dei sacerdoti e si porta Maria in casa. Ma subito partì per lavorare lontano, rimando fuori casa per quattro anni. 

Secondo l'ordine ricevuto Giuseppe portò la bambina nella propria casa
E subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea

Rimase lontano quattro anni




Vai a Laudate Dominum  -  Torna all'album  -  Via a Il Ritorno di Giuseppe



Il Ritorno di Giuseppe






Ne Il ritorno di Giuseppe si può cogliere la fatica della vita di Giuseppe; nel suo ritorno a casa porta una bambola per Maria, e la trova implorante affetto e attenzione. 

Stelle, già dal tramonto si contendono il cielo a frotte
Luci meticolose nell'insegnarti la notte
Un asino dai passi uguali compagno del tuo ritorno
Scandisce la distanza lungo il morire del giorno
Ai tuoi occhi, il deserto, una distesa di segatura
Minuscoli frammenti della fatica della natura
Gli uomini della sabbia hanno profili da assassini
Rinchiusi nei silenzi d'una prigione senza confini

Le stelle nel deserto si contendono il cielo e fanno gara nel brillare e nell’indicarti la via. Giuseppe viaggia sul dorso un asino con passo regolare che gli scandisce il tempo. Il passo della bestia gli misura con la precisione di una bestia tra quanto tempo arriverà a Gerusalemme. Il deserto per un falegname è una distesa di segatura. Come infatti la segatura è la fatica del falegname che la toglie dal legno per inciderlo lavorando, così i granelli di sabbia sono il frutto della fatica del vento nell’erodere e modellare le rocce. Questo rende i volti di coloro che abitano il deserto asciutti, scavati, intagliati e silenziosi come assassini che vivono in questa prigione desolante e mortifera che è il deserto, che tuttavia non ha sbarre

Odore di Gerusalemme, la tua mano accarezza il disegno
D'una bambola magra intagliata del legno
"La vestirai, Maria ritornerai a quei giochi
Lasciati quando i tuoi anni erano così pochi"

Ormai è prossimo alla città, può sentire l’odore di Gerusalemme, mentre accarezza il profilo di una bambola in legno che ha fabbricato per Maria, ricordandola bambina. Convinto di poterle regalare un’infanzia decente che le è stata rubata. Ma sono passati 4 anni e Maria ormai ha 16 anni e non è più una bambina che gioca con le bambole. 

E lei volò fra le tue braccia come una rondine
E le sue dita come lacrime dal tuo ciglio alla gola
Suggerivano al viso una volta ignorato
La tenerezza d'un sorriso, un affetto quasi implorato
E lo stupore nei tuoi occhi salì dalle tue mani
Che vuote intorno alle sue spalle si colmarono ai fianchi
Della forma precisa d'una vita recente
Di quel segreto che si svela quando lievita il ventre

Quando lo vede, lei gli corre incontro e gli butta le braccia al collo, facendogli una carezza dal ciglio alla gola, passando sulle guance leggere come lacrime. Sia la carezza che lei gli fa, ma anche il volto di lei che ormai non è più bambina, implorano un bisogno di affetto da parte di Maria. E lo stupore che lui aveva negli occhi presto lo percepì anche con le mani. L’immagine quei è splendente: lui scende con le mani dalle spalle ai fianchi di Maria, ma mentre le spalle sono asciutte i fianchi sono colmi, pieni, della forma precisa di una donna incinta, del segreto che si svela quando lievita il ventre.

E a te, che cercavi il motivo d'un inganno inespresso dal volto
Lei propose l'inquieto ricordo fra i resti d'un sogno raccolto


Lui la scruta in volto per cercare di capire se lei lo ha ingannato ed è stata con un altro uomo, se è un’adultera. Ma lei le racconta che quel che vede nei suoi fianchi è solo il resto di un sogno. La canzone successiva infatti si chiama Il Sogno di Maria.







1970: La Buona Novella



Il disco venne pubblicato
con due copertine distinte,
una marroncino e l’altra bianca;
quest'ultima presenta sul fronte
l'immagine di De André.
1 - Laudate Dominum - 0:21
2 - L'infanzia di Maria - 5:01
3 - Il ritorno di Giuseppe - 4:07
4 - Il sogno di Maria - 4:07
5 - Ave Maria - 1:53
6 - Maria nella bottega del falegname - 3:14
7 - Via della Croce - 4:33
8 - Tre madri - 2:55
9 - Il testamento di Tito (musica: F.De André e Corrado Castellari) - 5:51
10 - Laudate hominem - 3:20

Testi: Fabrizio De André, a cura di Roberto DanéMusiche: Fabrizio De André e Giampiero Reverberi, con arrangiamenti di Giampiero Reverberi, tranne ove diversamente indicato

Dalle note inserite nel disco e altre mie considerazioni:
L'aggettivo apocrifo, in greco, significa segreto, nascosto. Sembra che stesse ad indicare, fino al IV secolo d.C., alcuni scritti che qualche setta cristiana metteva a disposizione solo degli iniziati, non ritenendo che gli scritti fossero di facile comprensione per le masse.
Quando la Chiesa cominciò a distinguere in « ispirata e no » la letteratura su Cristo escluse quei testi apocrifi dal codice « canonico ».
Per estensione vennero chiamati apocrifi tutti gli scritti esclusi dal codice. Così apocrifo divenne sinonimo di «non veritiero, falso, non corretto ».
Ci sono vangeli, bibbia, atti e lettere, sentenze e apocalissi apocrifi.
I vangeli apocrifi, in genere, vengono datati tra il I e il IV secolo d.C.
 Gli apocrifi sembrano colmare il vuoto dei quattro canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) ma la differenza più affascinante è l'attenzione che gli autori mettono anche sulla natura « comunque » umana dei loro protagonisti.
 Pur essendo fuori della Chiesa gli apocrifi hanno lasciato una traccia ben profonda: dalle più piccole e radicate tradizioni: la grotta, l'asino e il bue, i nomi dei Magi e dei genitori di Maria, fino alle basi sulle quali poggia il dogma dell'Assunzione e la definizione « Madre di Dio ». Queste e altre notizie hanno ricchezza di particolari e spesso unica citazione nei vangeli apocrifi. La loro storia è sotterranea. I « fedeli » cristiani non li conoscono, la Chiesa non li divulga, per secoli sono stati ignorati eppure Dante, Carpaccio, Tiziano, Michelangelo, Raffaello, Hugo, Buigakov devono averli letti se hanno raccontato o dipinto scene che solo gli apocrifi contengono.
 Questo disco nasce da una ricerca sugli apocrifi e sull'animo umano; nasce dalla necessità di divulgare e comunicare la convinzione che l'argomento è lungi dall'essere superato: semmai, oggi, l'interesse si sposta alla gente.
 Il problema più che religioso è mistico e comincia a cadenzare una sfiducia in tutto ciò che è mito ma non risolve, che è autorità ma non opera, che è volontà ma non vuole altri che se stessa. 
 Così una bambina, prima ancora di capire, prima ancora di volere, è già strumento della fede dei genitori e, naturalmente, dei potere che quella fede esercita. E viene allevata nel seno del potere per servire il potere. E proprio dalla vergine per vocazione, nasce la rivolta. La gioia è breve, il potere riprende le redini in mano, la rivolta è soffocata, il potere uccide. L'altalena vichiana del finale toglie, senza molte cortesie, e senza tanto favoleggiare, le illusioni a diciannove secoli di storia.
 La storia finisce con la morte perché la morte è la fine della realtà. La resurrezione sarebbe ancora leggenda e ancora una volta toglierebbe forza alla possibilità di imitare quest'uomo che De André considera il più importante rivoluzionario della storia.
 Il legame con i vangeli apocrifi è allo stesso tempo profondo e tenue. Direi che De André li usa fin che gli sono utili, ne adopera alcuni strumenti, sono la fonte necessaria per un lavoro così complesso. L'infanzia di Maria ha dei precisi riferimenti storici e così il viaggio di Giuseppe, l'annunciazione dell'angelo e la parte nota della passione. Ma al personaggio Giuseppe, per esempio, De André ha dato un'anima che negli apocrifi non ha. Gli autori di duemila anni fa lo dicono servitore di un'idea ma non dicono che cosa lui ne pensasse. E così i turbamenti di Maria, le parole delle tre madri, i gruppi della via crucis (che, come fonte è apocrifa e non esiste nei canonici) il sogno della concezione e soprattutto il testamento di Tito nascono dalla fantasia di De André per costruire una storia che termini, fisicamente e nel contenuto, con « lodate l'uomo ».
 Dei versi di Fabrizio, ormai giunto alla maturità espressiva, c'è da segnalare l'uso della metrica e della rima. Ne è divenuto così padrone da non perdere occasione per proporre un'immagine. E qui le immagini si rincorrono, si sovrappongono, si ammucchiano una contro l'altra dal primo verso all'ultimo. Apparentemente senza fatica. E invece è stata fatica, di un anno di lavoro, molti giorni e molte serate e troppe notti.
L’orizzonte e i riferimenti religiosi, pur se da leggersi in chiave allegorica, sono ovviamente ineliminabili dai dieci pezzi che compongono il disco, e traggono la loro linfa vitale dalla lettura di alcuni Vangeli Apocrifi (in particolare Il Protovangelo di Giacomo e Il Vangelo arabo dell’Infanzia). 
È anche vero, però, ed è proprio quel che non capirono quanti criticarono l’album, che De André compì una secolarizzazione del religioso (“avevo urgenza di salvare il cristianesimo dal cattolicesimo […] I vangeli apocrifi sono una lettura bellissima con molti punti di contatto con l’ideologia anarchica […] I personaggi del Vangelo perdono un poco di sacralizzazione a vantaggio, penso e spero, di una loro maggiore umanizzazione”), utilizzandone le narrazioni come allegoria del presente e quindi, contro la società contemporanea.
A questo proposito basti pensare al brano Il Testamento di Tito. Come disse lo stesso De André, Il testamento di Tito “dà un’idea di come potrebbero cambiare le leggi se fossero scritte da chi il potere non ce l’ha”. Nelle parole di Tito, che ha violato uno ad uno i dieci comandamenti, troviamo esplicitate esattamente le stesse ingiustizie e gli stessi paradossi che attanagliano il mondo di oggi, assieme a una feroce critica della confusione tra legge e giustizia. Un album immenso, questo, in cui la spiritualità e gli ideali anarchici di De André trovano un punto di saldatura, mostrandoci come le due cose si possano coniugate assieme nel nome di un personaggio che, volenti o nolenti, aprì uno squarcio di luce nella storia.
In un album di 35 minuti e 21 secondi, De André ribalta una prospettiva vecchia di quasi due millenni. Rispetto al musical Jesus Christ Superstar, dello stesso hanno, ha una analogia preziosa e una differenza abissale: in nessuno dei due lavori, il centro del racconto è Cristo. In Jesus Christ Superstar è sostanzialmente Giuda e la sua esperienza straziante, il lato umano della vicenda evangelica, se pure Gesù c’è e si nota, agisce; Ne La Buona Novella, i protagonisti sono soprattutto Maria, ma anche Giuseppe, le madri dei ladroni che vengono crocifissi con gesù, quando non il ladrone stesso. E ovviamente tutti gli straccioni che seguono la vicenda del Cristo. I protagonisti quindi sono l’intorno. Gesù non dice mai nemmeno mezza parola. La visione deandreiana di dare la parola agli ultimi, a quelli che spesso sono senza nome, senza volto, senza storia, invisibili, esclusi dal potere, come nel precedente album Tutti Morimmo a Stento, riemerge di nuovo. E se possibili con maggior forza.
La differenza tra le due narrazioni è invece cronologica: mentre Jesus Christ Superstar ci descrive il classico momento cruciale della vita di Gesù, La Buona Novella descrive sostanzialmente il prima. Prima dell’anno zero, sulla vicenda umana di Maria e Giuseppe. Concludendosi con la Passione e la Crocefissione. Giuda, il tradimento, la resurrezione, sono assenti. Altrettanto risalto, di nuovo come nel precedente album, ha la presenza del coro, come nella tragedia greca. Se possibile, ancora una volta, con maggior forza. 
Rispetto a Tutti morimmo a stento, qui si abbandonano le musicalità anni 60-70, niente rock, niente prog. L’ambiente, tra onirico e reale, è fatto di sole chitarre, tastiere ed archi.
Anche in questo disco, è stato musicalmente importante il contributo di Gian Piero Reverberi, che dichiarava: "Nella BUONA NOVELLA, tutti i pezzi ove c'è pianoforte sono chiaramente roba mia, quelli dove c'è una chitarra sono di Fabrizio. I pezzi per coro sono evidentemente miei, perché De André Stravinskij non lo conosceva e lì ci sono dei riferimenti precisi. Se uno conosce un po' la musica, può capire chi ha messo mano a cosa..." 
Ci fu chi accusò il cantautore d’aver pubblicato un album non schierato e anacronistico, privo di riferimenti all’attualità, una specie di antologia fiabesca che trae la propria linfa vitale da storielle di duemila anni fa. Scelta eticamente discutibile, insomma. Anni dopo fu lo stesso de André a parlare di questa sorta di delusione che colse alcuni dei suoi fan:
«Quando scrissi "La buona novella" era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente - che sono poi sempre la maggioranza di noi - compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: "Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia - che peraltro già conosciamo - della predicazione di Gesù Cristo." Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un'allegoria - era una allegoria - che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del '68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell'autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Non ho voluto inoltrarmi in percorsi, in sentieri, per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia, prima di tutto perché non ci capisco niente; in secondo luogo perché ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l'uomo da quando ha messo i piedi sulla terra. Ho quindi preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. Apocrifo vuol dire falso, in effetti era gente vissuta: era viva, in carne ed ossa. Solo che la Chiesa mal sopportava, fino a qualche secolo fa, che fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi, appunto, di Gesù. Si tratta di scrittori, di storici, arabi, armeni, bizantini, greci, che nell'accostarsi all'argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazaret, lo hanno fatto direi addirittura con deferenza, con grande rispetto. Tant'è vero che ancora oggi proprio il mondo dell'Islam continua a considerare, subito dopo Maometto, e prima ancora di Abramo, Gesù di Nazaret il più grande profeta mai esistito. Laddove invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto qualcosa di meno di un cialtrone. E questo direi che è un punto che va a favore dell'Islam. L'Islam quello serio, non facciamoci delle idee sbagliate.» (Dal concerto al teatro Brancaccio, 14 febbraio 1998)
La Buona Novella è in sostanza l’allegoria del Cristo rivoluzionario. E’ un’opera il cui cardine è la protesta di un uomo che sfidò il potere e morì in nome del suo ideale, di un rivoluzionario che venne crocifisso perché portatore di un messaggio che andava a minare l’ordine costituito. E per raccontare questo potere che giudica e condanna, e per raccontare la portata rivoluzionario del suo messaggio, si usano tutti quelli che gli sono intorno. Si usa tutto l’amore che su di lui si è riversato, molto più che l’amore che lui stesso ha predicato e operato.





questo invece è il video della spiegazione dell'intero album